mercoledì, 09 settembre 2009
Mentre ti allontani, guardo l’orologio. Non è mai troppo tardi, mi siedo e penso con gli occhi bassi sulla polvere turchina dei capelli in terra.























A te, Dalila, rivolgevo lubrica dolcezza come a un lepidottero tricolore e promettevo ancora un sorriso, ancora una guepiere violacea di pelle fresca, ancora una boccia di pesci rossi nel parterre.























Non è così che mi terrai con te, mi rispondevi intirizzita nel gelo del golfo alleato delle suadenti sirene e nemico di ogni marinaio di buona volontà.












Ora la bolina e il deodorante mi sparigliano le sopracciglia e insidiano il Vanity Fair sul davanzale della finestra. Sarei solo, mi sono detto, se non avessi ancora il tuo Vagisil usato sopra il bidè.











Quivi, le orecchie che più non ho fremono al tristo ricordo sotto la mia papalina consunta per ore nel buio da un opinabile passaggio d’ombra.


















Ti corsi incontro con l’orario degli autobus in mano dentro al multisala all’incrocio del tempo. Tu mi hai guardato come una nutria incerta sul da farsi ed è stato un flashback della mia vita di periferia arrotolata come la prima sigaretta tra amici spacconi. Io mi fregiavo del mio corpo catafratto di una bronzea patina di menefreghismo controllato e tu ammiccavi compiaciuta del rigonfiamento sotto le tue coperte.













Poi è arrivato il tuo amico rasato con gli addominali a tartaruga ninja, le orecchie perfette e levigate e il collo da pterodattilo. Ti ha portata via da me nel tempo di una ripetizione da dodici alla panca.









Ti ho pregato di darmi ancora, per l’ultima volta, il tuo amore. Mi sarei accontentato anche della versione missionaria senza troppe pretese ma ogni sforzo è stato vano.













Col senno di poi, ho sussurrato al mio gatto scalzo, è stato un errore corteggiarti con miele e mandorle tostate. Ma lo rifarei e piango sull’atto avversato per ore.




 









È sera, la terra è fredda e negra insieme. Fuori luccicano gli ultimi scampoli di un’estate che vorrei potesse non finire mai.









Invece no.




















Pensare che te l’avevo anche detto: non illuderti, non sono meglio di George Clooney.
postato da: supertelegatton alle ore 20:50 | Permalink | commenti (8)
Commenti
#1    15 Settembre 2009 - 19:21
 
un connubio fitto fitto spirito/materia qui...il menefreghismo controllato è solo il risultato dell'ironia un pò schizoide tra l'io e il super io dei nostri tempi..

ah e comunque il vagisil irrita eh procura secchezza,ha un PH un pochetto acido..:))
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#2    18 Settembre 2009 - 19:09
 
il collo da pterodattilo??
ahahah!!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente trashReality

#3    21 Settembre 2009 - 12:33
 
Per quanto sia buffo l'esempio del vagisil rende perfettamente l'idea.
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#4    22 Settembre 2009 - 20:09
 
perchè era in grado di fare un paragone tra te e clooney?
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ChiaraMsT

#5    25 Settembre 2009 - 16:44
 
ah ah ah! ma che hai mangiato??
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#6    27 Settembre 2009 - 11:03
 
pungente, come un riccio sulla difensiva.
tragicomico, come un topo che sibila tra i denti di un gatto...

azzzzzzzz, si vede che è domenica!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente pirucca

#7    29 Settembre 2009 - 14:20
 
.............



ma poi


quello che più mi fa impazzire


gli spazi chilometrici tra una frase




e l'altra.


il brivido dell'attesa



ecco.




..................
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#8    06 Ottobre 2009 - 01:53
 
Quivering. Trembling. Shivering. Whatever.
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Commenti

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