Batto quasi alla cieca sui tasti di questo pomeriggio di metà maggio quando, per venire al lavoro, passo in mezzo all’odore del mare che turbina di correnti placide e la sabbia è lì ferma e sembra che dorma prona a quel mastodonte conduttore di felicità indaco.
Oh gioia, vertigine della diffidenza, mio lettore/scrittore insonne e svogliato, aiutami a pensare per tuo conto. Sto tentando di farmi macchina totalmente spirituale.
Se scrivi con la penna devi giacere sulle carte sudate di pensieri sconci e rallentare sotto il peso della stanchezza. I pensieri si sovrappongono, il polso non tiene dietro alla velocità delle sinapsi ma surroga col suo meccanico e sinuoso movimento. Analogia e valori discreti si fondono per cercare il bello. L’armonia? Non so, più che armonia mi viene in mente la meditazione della severa ragion critica sulla felicità del primo acchito.
Mi impegno, mi arrovello e fatico… ma proprio non riesco a far coesistere l’essere col dover essere, la contingenza con la necessità: eppure ne avrei di tetralogie a disposizione cui fare riferimento. Eppure…
“Evidentemente non basta”. Me lo dico(no) abbastanza spesso. Ma sto sempre punto.
E a capo.
“La gente come te si riconosce dallo scetticismo con cui affronta le cose”: ah, questa l’ho sentita molto di più ma non mi rassicura affatto. Anche perché io non sono scettico. Incredulo, al limite…che è diverso. Credo a una cosa per volta e a una seconda solo se, per qualche innato meccanismo, discende dalla prima. Procedo in modo miope, metodico, criptico talora e sovente empirico. Non azzardo orizzonti né improbabili agnizioni.
Diffido delle catene di idee invece che prescinderne come farebbe uno scettico che si rispetti. Delle catene ideali amo solo la polifonia. Voglio dire, basta non crederci e due idee, entrambe magari false, possono collidere creando un buon intervallo. Non rispetto o non considero le idee su cui altri individui scommettono l’intera esistenza, ma quelle stesse due tre unità minime di pensiero possono realisticamente creare melodia. O armonia, meglio ancora se dodecafonica.
Che c’è di strano? Niente. Solo la sefirotica varietà umana che lotta e scalcia tumultuosa e pugnace contro se stessa e per la di se stessa ricerca.
Posso accontentarmi di fare il protagonista. Ma anteporre la dimensione di primo spettatore a quella di personaggio cardine del proprio canovaccio ha il suo perché.
Un po’ come guardare di sottecchi il fusto demiurgo che ti concia la vita e dargli discreti suggerimenti negoziando mansuetamente sul prosieguo...
E comunque pure Audrey Hepburn si tirava ditalini potentissimi




