Sarà complicato arrangiare le linee di archi. Potrei metterci anni. A meno di non accettare di farmi guardare attraverso dallo spettro di qualche genio del passato. Gli ho scritto un pezzo. A Mat. Il mio amico che vedo un paio di volte l’anno.
Lui sta in Norvegia da cinque anni a fare pesca scientifica con un’equipe di ricerca autoctona. Siamo stati insieme nelle scorse serate al termine di giornate al lavoro degne di essere dimenticate.
Mat (o Teo, dipende dai momenti) ha la faccia smilza e gli occhiali spessi. Credo che non abbia mai avuto bisogno di quegli occhiali perché le lenti sono davvero improbabili fondi di bottiglia e la montatura è quanto di più kitsch io abbia mai avuto il piacere di osservare. Li portava già dal terzo superiore, più o meno da quando la sua indole ha iniziato ad prendere il sopravvento sulla civiltà dell’apparenza. Fu allora che si fece intrecciare i capelli da un conoscente giamaicano. Quel giorno eravamo insieme. E da allora li porta ancora così.
Mat è simpatico solo con chi dice lui. Ha sempre lo sguardo sornione e concentrato. Gli occhi lucenti e vivaci nascondono un animo riflessivo e una personalità ponderata.
La nostra frequentazione si è drasticamente ridimensionata dopo l’università quando lui ha deciso di andare al nord e tentare la vita dello scienziato solitario.
Fino allora stavamo quasi sempre insieme. Abbiamo anche convissuto da studenti, sebbene fossimo in due facoltà diverse.
Mat è il santo riconosciuto che si trova in ogni artista. L’uomo soggetto allo scherno perché le sue profonde e sensate soluzioni appaiono, ai più, troppo semplici. Nessuno lo ha mai capito fino in fondo. Forse neanch’io. Ma mi rasserena essere consapevole di questa incompiutezza.
È stato splendido passare due giorni insieme. La sorpresa del pezzo per lui gliel’ho soltanto annunciata. Spero di portargliela di persona, quanto prima.




