martedì, 31 marzo 2009

Ricordo la prima volta che ti ho vista. Eri con Keith. E il calore di quella presenza ha condensato e fermentato i feromoni in sospensione. Dalla coda all’occhio è salito un segnale sommesso e indistinto. Poi lo swing è partito impercettibile e ha destato Lester Young dal suo sconfessato sonno. L’accento è caduto dove gli armonici attendevano pazienti. Poi il suono si è squadrato e frammentato in cristalli raffermi.

È stato allora che ho compreso: “tu non sei un modello attendibile”.

Ricordo che quando ti aspettavo ho sempre pensato che avresti tradito le aspettative della più marmorea e convenzionale statistica. Ciononostante mi sono nascosto tra i villi della mia coscienza e nelle tue cavità cilindriche negando l’evidenza in attesa di fantasmi da pochade e cadaveri meccanici e carne metallica con gli occhi fissi di paura estatica.

Ricordo la prima volta che eravamo soli. Ero nel silenzio roboante della mia stanza arancio e foglie di cedro. Le mie labbra hanno toccato con mano ferma l’aria intorno alla solitudine che ammaliava ammiccante. Poi la finestra si è dischiusa davanti alla primavera tiepida e gli occhi hanno sorriso di fronte al bagliore zitto intorno.

Miserabile sono. Rispetto alla tua mirabile figura.

Ricordo il refrain dell’inizio racchiuso in un inciso lungo un respiro. E ho sempre sperato che perdonassi la contenzione degli occhi miei addosso a te. Solo ho pensato di essere speciale tra le n razionalità sublunari. Forse ho sbagliato. Ma non farlo sarebbe stato come astenersi dal bere alla sorgente per inebriarsi alla fonte.

Ricordo colui che ha concepito le tue vene dando luogo a quel flusso alchemico tono su tono. Riuscendo a evocare insieme demoni neri e graffianti e umori zuccherini e molli.

Grazie a Mr. Wolf ho suonato passione e struggimento, smania e apatia, insofferenza e impeto.

Grazie a lui ho suonato ogni cromatismo sulla scala del mondo.

Grazie a lui ho compreso che è impossibile non cadere in ginocchio disarmati davanti alla certezza della meraviglia.

 

On Air: Ballad Of The Sad Young Men (Music by Tommy Wolf).

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martedì, 17 marzo 2009
Si è pieni di misfatti e viltà. Pochi, pochissimi sono fatti di carne e spirito. Noi sì, questo sì.
Puoi girarmi e rigirarmi nelle tue mani sempre considerandomi immobile e uguale a me stesso.
 
butta i miei occhi, non li rivoglio indietro.
 
Se ne sento la mancanza, vessami e ruttami il tuo disprezzo senza risparmiarti.
Mi veniva da dirti che sei bella come una camera da letto fuori moda, che avevo voglia di tenerezza e struggimento per sentirmi vivo e prono ai tuoi voleri. Adesso sto fermo e i fantasmi mi inseguono lo stesso con bagliori e clangori metallici e sogni in bianco e nero ai lati degli occhi.
Fammi sapere che accade in quel serraglio di cervello. Pilota le scene che ti piacciono di più e mandamene un saggio. Voglio riguardarle e commentarle con te. Anche senza parlare.
 
mescola il tuo sangue con la mia mente.
 
Vorrei ne risultasse un’astrazione fantastica, vampiresca, spettrale. L’amore è un fatto di suono e senso insieme. Anche questa stanza beige che sa di bouganville dovrebbe gioirne, avendolo compreso.
Ritornare sulle tue pareti è stato uno spettacolo. Sentire membrane contrarsi e distendersi e inumidire di frenesia. Sciaguattare come piangere di gioia. Incunearsi lungo il meridiano in cui si consuma la solita e meravigliosa tragedia del mondo.
Morire di una morte da anestetico non ha eguali. O forse ne ha. Tutte le volte che succede ancora.
postato da: supertelegatton alle ore 11:10 | Permalink | commenti (9)
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mercoledì, 04 marzo 2009
Siamo qui e ora. Prendiamo un caffè in centro prima che io mi addormenti e la città già brulica del consueto niente delle dieci di sera. Siamo appena usciti dal cine e già non so cosa suonerò sino al termine di questo incontro. Ci siamo inseguiti per giorni senza risolverci a decidere della nostra sorte. Poi oggi, dopo qualche telefonata a vuoto, ho deciso di invitarti certo di un tuo elegante diniego. Invece no.
Stasera non hai altro che uno scialle carminio sgargiante su un vestito intero beige che svolazza spazioso. I capelli paglierini raccolti dietro la nuca bianca. Gli anfibi ti fasciano i polpacci torniti di liscio marmo. Il viso pulito hai con gli occhi di ghianda che contornano labbra disegnate e succose come ribes maturi.
Ti ho immaginato bargigli sotto quei paramenti, due villi puntuti sul petto dal calamitante afrore di limone dolce.
Durante lo spuntino di mezzanotte hai tamburellato impaziente le dita sul tavolino del kebabbaro fissandomi stralunata con una mano sotto il mento e un sorriso annebbiato. La stessa nebbia che ho respirato davanti al maxischermo due ore prima. Immagini convulse di “Inland Empire” tornano alla ribalta. Ci siamo divisi quest’esperienza sensoriale come una coppietta smaniosa in erba. Abbiamo adorato, bramato e giocato con follicoli elettrici che baluginavano all’altezza dei nostri orecchi sempre sull’orlo del delirio. Io, un Justin Theroux immobile e ieratico concentrato sul mio occhio cavo sbiecato da un angolo nero. Tu, come Laura Dern, sensuale e incosciente, ridotta a suono tattile nel gioco a dadi dell’Altissimo.
In alcune sequenze “casuali” della pellicola c’era una frenesia atomistica dell’attività. Quegli istanti sembravano accompagnare il soffitto in crollo. Ma era solo fragore cieco e ingannevole.
La violenza non ci ha mai salvati e non ci salverà neanche stavolta. Ma noi volevamo restare lì, in quella prigione bianca, senza percepire.
Poi ci siamo alzati e siamo andati sotto casa tua.
Non giudicare, non sentire - ti ho detto prima di abbandonarmi - senti solo il mio effetto e ferma il respiro, se ci riesci.
postato da: supertelegatton alle ore 13:23 | Permalink | commenti (14)
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