I pensieri si allargano ora che la batteria ha smesso di suonare e la chitarra è partita con un ciclo di terzine andanti. Marco, dal palco, mi guarda scherzoso e il suo cuore chiama il mio che gli fa da imbuto per collegarsi al pubblico pagante. Io gli sorrido di rimando e mi giro alla mia destra dove Fabio si spella le mani per applaudire la banda. Ogni volta si rivolge a me facendo spallucce e corrugando la fronte come a dire “Sentito che forza?” e io annuisco cogli occhi chiusi e la faccia riempita di questo vigore.
Non ho mai visto tanta gente nuova come stasera. Nel club sembra si celebri il più audace avamposto della rutilante vita moderna. Invece è “solo” un concerto, mi dico. Alcuni corpi tengono teste e sguardi immobili. Solo i musicisti si dimenano come platani scossi dal soffio dell’Onnipotente su una terra disperata.
Altre ragazze sfaccendate siedono su poltrone blu come le note del tenore di Coleman e si grattano al pari di una famiglia di scimpanzé.
Rabdomanti gli occhi miei roteano in circolo cogli accordi di Marco che a sua volta suona all’unisono con le fondamentali sparate dal contrabbasso di Ivano durante il solo di Footprints.
Nell’aria risuona una sequela di armonici che preludono a un pandemonio dimesso, ad una virulenza soffocata come se da un secondo all’altro ci si attendesse una deflagrazione senza precedenti. Il dettaglio minuto che manca inizia insistente a tamburellare sulle nuche poi a coagularsi, cristallizzarsi, assumere forma ostinata e capricciosa come il gelo che disegna antropoforme sulla finestra oscurata. La vetrata dà sul fianco di una pensione dove le coppiette clandestine e vogliose vanno ad amarsi per metà notte. Anche loro sembrano aspettare qualcosa a giudicare dal frinire che giunge da quel vicino postribolo.
Come previsto l’esplosione arriva quando, al termine di “Nefertiti”, una manciata di note che suona e dissona in perle sparse, entra nelle bocche semiaperte e sognanti del pubblico confondendo i vieti e usuali limiti della carne e modulando i consueti confini delle terminazioni nervose. E il volume sale e sale ancora e si rafforza e infierisce e gli strumenti si uniscono sempre più e fremono e si accendono e si penetrano in un gang bang sonoro e indistinto confluendo, infine, nella sola voce di una nuova sintesi. Così il volume discende fino alla soglia minima da cui aveva iniziato la sua ascesa e si assottiglia e ammoscia facendosi nitido e lattescente fino all’apnea di tutto.
E così il concerto finisce.
La serata no.



