giovedì, 19 febbraio 2009
I pensieri si allargano ora che la batteria ha smesso di suonare e la chitarra è partita con un ciclo di terzine andanti. Marco, dal palco, mi guarda scherzoso e il suo cuore chiama il mio che gli fa da imbuto per collegarsi al pubblico pagante. Io gli sorrido di rimando e mi giro alla mia destra dove Fabio si spella le mani per applaudire la banda. Ogni volta si rivolge a me facendo spallucce e corrugando la fronte come a dire “Sentito che forza?” e io annuisco cogli occhi chiusi e la faccia riempita di questo vigore.
Non ho mai visto tanta gente nuova come stasera. Nel club sembra si celebri il più audace avamposto della rutilante vita moderna. Invece è “solo” un concerto, mi dico. Alcuni corpi tengono teste e sguardi immobili. Solo i musicisti si dimenano come platani scossi dal soffio dell’Onnipotente su una terra disperata.
Altre ragazze sfaccendate siedono su poltrone blu come le note del tenore di Coleman e si grattano al pari di una famiglia di scimpanzé.
Rabdomanti gli occhi miei roteano in circolo cogli accordi di Marco che a sua volta suona all’unisono con le fondamentali sparate dal contrabbasso di Ivano durante il solo di Footprints.
Nell’aria risuona una sequela di armonici che preludono a un pandemonio dimesso, ad una virulenza soffocata come se da un secondo all’altro ci si attendesse una deflagrazione senza precedenti. Il dettaglio minuto che manca inizia insistente a tamburellare sulle nuche poi a coagularsi, cristallizzarsi, assumere forma ostinata e capricciosa come il gelo che disegna antropoforme sulla finestra oscurata. La vetrata dà sul fianco di una pensione dove le coppiette clandestine e vogliose vanno ad amarsi per metà notte. Anche loro sembrano aspettare qualcosa a giudicare dal frinire che giunge da quel vicino postribolo.
Come previsto l’esplosione arriva quando, al termine di “Nefertiti”, una manciata di note che suona e dissona in perle sparse, entra nelle bocche semiaperte e sognanti del pubblico confondendo i vieti e usuali limiti della carne e modulando i consueti confini delle terminazioni nervose. E il volume sale e sale ancora e si rafforza e infierisce e gli strumenti si uniscono sempre più e fremono e si accendono e si penetrano in un gang bang sonoro e indistinto confluendo, infine, nella sola voce di una nuova sintesi. Così il volume discende fino alla soglia minima da cui aveva iniziato la sua ascesa e si assottiglia e ammoscia facendosi nitido e lattescente fino all’apnea di tutto.
E così il concerto finisce.
La serata no.
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mercoledì, 11 febbraio 2009
Mat
Sarà complicato arrangiare le linee di archi. Potrei metterci anni. A meno di non accettare di farmi guardare attraverso dallo spettro di qualche genio del passato. Gli ho scritto un pezzo. A Mat. Il mio amico che vedo un paio di volte l’anno.
Lui sta in Norvegia da cinque anni a fare pesca scientifica con un’equipe di ricerca autoctona. Siamo stati insieme nelle scorse serate al termine di giornate al lavoro degne di essere dimenticate.
Mat (o Teo, dipende dai momenti) ha la faccia smilza e gli occhiali spessi. Credo che non abbia mai avuto bisogno di quegli occhiali perché le lenti sono davvero improbabili fondi di bottiglia e la montatura è quanto di più kitsch io abbia mai avuto il piacere di osservare. Li portava già dal terzo superiore, più o meno da quando la sua indole ha iniziato ad prendere il sopravvento sulla civiltà dell’apparenza. Fu allora che si fece intrecciare i capelli da un conoscente giamaicano. Quel giorno eravamo insieme. E da allora li porta ancora così.
Mat è simpatico solo con chi dice lui. Ha sempre lo sguardo sornione e concentrato. Gli occhi lucenti e vivaci nascondono un animo riflessivo e una personalità ponderata.
La nostra frequentazione si è drasticamente ridimensionata dopo l’università quando lui ha deciso di andare al nord e tentare la vita dello scienziato solitario.
Fino allora stavamo quasi sempre insieme. Abbiamo anche convissuto da studenti, sebbene fossimo in due facoltà diverse.
Mat è il santo riconosciuto che si trova in ogni artista. L’uomo soggetto allo scherno perché le sue profonde e sensate soluzioni appaiono, ai più, troppo semplici. Nessuno lo ha mai capito fino in fondo. Forse neanch’io. Ma mi rasserena essere consapevole di questa incompiutezza.
È stato splendido passare due giorni insieme. La sorpresa del pezzo per lui gliel’ho soltanto annunciata. Spero di portargliela di persona, quanto prima.
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martedì, 03 febbraio 2009
bolle d’aria in vena costrette. manca solo johnny cash a sfottere per il mio stato di deliquio. in compenso micaela, cameriera di professione e maliarda per diletto, mi mostra gli occhi vispi di pantera ad ogni piè sospinto e i suoi fianchi sussultano addolciti da crema alla vaniglia. le forme sono docili come il branco di un pastore autorevole e affabile. i capelli ha perversi e sparsi sulle spalle senza fretta di apparire.
io e te abbiamo sfiorato l’aria sopra le nuvole concentrandoci sullo scibile inumano senza pensare che i fantasmi sfuggono all’uomo privo di fantasia alcuna.
ripenso a quello che mi hai detto sulla musica da scrivere per i miei occhi. beh, scrivila, chiara. più chiara che puoi segnala ché è quando sei al tuo massimo che io mi sento io. scrivila che io possa suonarla per le tue orecchie perfette e fiere sul mio ballatoio madido della pioggia di stanotte.
parla ogni lingua di cui sei capace, tanto la tua immagine non scalfiresti neanche in questo locale semivuoto e infestato da spettri licenziosi e qualunquisti. gira cercando. poi fermati e trova.
trova un’illusione attraverso i tuoi occhi. pregali di aiutarti a perderti ancora.
per quanto mi riguarda non mi somministrerò convinzioni che non ho. disegnerò scene poi brucerò tutto per ingannare tempo e luogo. i prodotti della combustione li userò per misurare gli abbagli auto-inflitti.
e il sangue strinato riprenderà a fremere e gorgogliare.
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