Mercoledì sera di stasi dopo frenesia e bagordi natalizi (di cui, peraltro, è impossibile parlare senza sentirsi a scuola incalzati dalla maestra al rientro dalle vacanze).
Ci voleva proprio, tra un bicchiere di Fiamengo e dell’erba presa sotto le feste dall’amico Hans.
Bene, ero davanti alla tv nella mia consueta e beata inattività, con le immagini e l’audio che iniziavano a mescolarsi dando luogo a una sintesi cantilenante, quando, nel noioso zapping circolare, mi imbatto in una delle prime scene di “Tutti Dicono I Love You” (W. Allen, 1994).
Credo che niente fosse più adatto al momento: ancora una volta la mia indolenza reale si scontrava e disquisiva amabilmente con la finzione poetica e romanzata dell’amore fervente e pregno di senso.
Ho sempre avuto una sincera predilezione per il cinema di Allen. In questa pellicola, poi, lo trovo addirittura cangiante. E sì, perché il romance dell’impianto sentimentale di questa commedia musicale stinge nell’amarezza da un certo punto in poi; tuttavia il maestro riesce sempre a mantenere elevata la dolcezza dei toni che rimandano al romanticismo autentico.
Rapsodiante e innervato da un canale diretto e sempre acceso tra il cuore e il cervello, “Tutti dicono I Love You” seduce anche grazie a scorci meravigliosi catturati tra Parigi e New York in un contrappunto immaginifico pregevole inframmezzato da canzoni, movenze e (speciali) effetti scenici degni della più eterodossa operetta del XX secolo.
Dopo tanta celebrazione elegiaca, era proprio il caso di finirla la mia bottiglia. Così, in fondo alla boccia, ho trovato anche il sonno senza muovermi di un centimetro dal mio sgargiante divano.