Ho percorso strade e attraversato piazze dall’arredo urbano minimalista. Mi sono imbattutto nelle più diverse specie di mostri e animali mutanti senza perdermi d’animo, anzi, credendo che l’affronto fatto a quello che comunemente si chiama “vita” mi comportasse un vantaggio sugli altri individui.
Mi sono coricato e alzato migliaia di mattine, avendo sempre poco chiaro quello che facevo e dove andavo.
Giovedì scorso è stato diverso. Giovedì scorso non sono andato al lavoro. Sotto i portici, con della techno minimal indistinta nelle cuffie, ho incontrato uno di quei tipi seduti per terra con uno strumento al seguito. Questo aveva una chitarra al collo e suonava qualcosa di simile ai lick di J.L. Hooker.
Dopo averlo osservato per una decina di minuti, senza pensarci troppo su, mi sono seduto accanto a lui ed ho cominciato a improvvisare con la voce proprio come un crooner navigato. Il tizio prima mi ha guardato di sottecchi con un grosso punto interrogativo lampeggiante in testa, poi ha iniziato ad apostrofarmi in modo aggressivo pensando che volessi rubargli la piazza. Si è fermato con la sua Fender acustica e ha cominciato con gli improperi. Io gli ho chiesto scusa, chiedendogli se potevo esibirmi con lui e lui ha rifiutato la mia offerta. Ha ricominciato a suonare e io ho ricominciato a cantare. Siamo andati avanti così per un po’, fino a quando si è rassegnato e mi ha lasciato fare.
Ha un italiano strascicato, Richard (così ha detto di chiamarsi). Dopo qualche minuto e un paio decini lanciati nel suo cappello di stoffa scucita, ha cominciato a fidarsi e a tentare un timido interplay.
Siamo stati sotto i portici del Corso per un paio d’ore: ho spento il cellulare fottendomene dell’ufficio perché non volevo perdermi gli attimi di vita e d’intensità frenetica che grondavano da quella strana mattinata.
Alle undici gli ho proposto una colazione insieme. Mi sembrava stanco, Richard, benché una strana luce irradiasse dalla sua persona. Davanti ad una tazza di cappuccino con cacao e due grosse e fragranti brioche è stato decisamente più facile parlare e “farlo” parlare.
Richard è un concentrato di vita vissuta, già a 25 anni. Viene da un villaggio dal nome impronunciabile ad una mezz’ora da Budapest. È in Italia da cinque anni, vuole fare il fornaio ma, dopo qualche lavoro saltuario, sta di nuovo in mezzo alla strada. La Fender l’ha “presa in prestito” dal padre che, a sua volta, la ereditò dal nonno, appassionato di “csardas”.
Ho pensato a quanti chilometri avesse fatto quella chitarra, quanti posti avesse visto, quanti spazi avessero scosso le vibrazioni delle sue corde consumate. Ho visto, nei suoi occhi vispi di cobalto che illuminavano il viso scarno e forte, l’importanza dell’azione, anche quando da luogo a risultati futili. Ho capito che Richard ha uno sciame brulicante di api in testa e per nulla al mondo si sarebbe fatto travolgere dalla marea umana per fare concessioni di sorta alla morte.
Richard è mostro e patologo a un tempo. È la metafora vivente e sonante dell’essere. È musica, cioè profanazione del silenzio nell’interesse del silenzio, al di là del bene e del male.
Richard è un fratello che so dove trovare, adesso.



