Ci vuole tempo per raccogliere le idee. Ci vuole tempo per fare dei grumi scissi di significato che risultino accettabili, in qualche maniera. Mi hai portato in quel posto, quello dove si diceva che avrei suonato e incantato migliaia di serpi mansuete senza veleno.
Era un postaccio. Faceva persino più caldo che in estate, lì dentro. Fuori novembre imperversava e c’era roba ghiacciata sulle auto. Ma vicino al bancone pieno di bicchieri di vino ordinati in fila maniacale, ansimava una corrente tiepida e rassicurante che, di colpo, s'è fatta torrida.
Ero visibilmente a disagio e, quanto più concreto e sostanziale diveniva il mio nocciolo, tanto più minuto e abbacinante, scricchiolante appariva il mondo intorno.
Con Davide, il gestore del “Moog”, abbiamo parlato di gusti musicali. Lui ha un brillante sotto il labbro inferiore e questo ti ha affascinata, rapita come riesce a fare ogni cosa illuminata che incontri sul tuo cammino.
Io non prestavo attenzione alle parole, alle risate, agli occhi vostri che si intrecciavano. Ero avvolto in una specie di deliquio consapevole, come se nelle orecchie avessi avuto una cantilena pulsante e appena percettibile. Non avrei abbandonato quel battito per niente al mondo. Un’altra volta ho vissuto la medesima, identica sensazione. Ero con Tina sul suo letto e mi faceva ascoltare “Sun Prayer” dallo stereo della camera mentre cercava di raccontarmi quello che il pezzo le suscitava.
Tina mi trasmetteva telepaticamente la storiella che girava sul suo nastro interiore. Parlava, sì. Ma in effetti ero io che sentivo. Lei avrebbe anche solo potuto muovere appena la sua bocca di lónza che il dramma del mondo si sarebbe spiegato lo stesso lungo un meridiano senz’asse e, simultaneamente, io avrei compreso.
Così quella sera imperava un pandemonio sommesso e docile che cessò definitivamente di essere all’inizio di “Sun Prayer”. Il pezzo che stavo suonando per mio conto, in silenzio, mentre voi socializzavate in allegria, era lì per trarmi in salvo, come accadde con Tina mesi prima.
Persino Jarrett, dall’altra parte dell’apparecchio, mi è parso cosciente di quella specie di distacco, di quel semisogno in cui il tempo iniziava oscuro e insistente a coagularsi.
Ho chiesto al dj di far sfumare la musica e mi sono alzato per andare al piano. Tu volevi venire a sederti vicino a me. Io ti ho sorriso e ti ho chiesto di lasciarmi un attimo da solo con lui. Tu mi hai stretto il braccio e hai strizzato gli occhi restando seduta.
Mi sono alzato dopo due ore dallo sgabello con una trentina di facce che si erano avvicinate e, in piedi, col bicchiere in mano, mi fissavano come si guarda un fantasma. Subito dopo sono stati applausi. E fragore di approvazione. E congratulazioni più o meno gratuite. Ma a me non importava, benché sorridessi.
Io vivevo soltanto un nuovo deliquio. Una nuova nascita. Solo un fulgido smarrimento.
Grazie a Jarrett. E stavolta anche grazie a te.



