Una mattinata velata di foschia irrorata di sole pallido e arcigno.
Son salito sull’autobus con la palpebra oltraggiata per la solita levataccia. Nelle orecchie avevo Buddy Guy in “Cities need help” con allegato di vocii e schiamazzi esagitati di universitari. Nel naso l’asbesto metropolitano delle otto di mattina e gli effluvi di pelletteria e fiati caldi e sudori stantii.
La strada scorre, il paesaggio muta, muto come un pesce e vellutato come il sonno. Il mio ritardo si accumula. Fortunatamente ho una mezz’oretta prima della riunione per mettere a posto gli appunti e blaterare le mie stronzate quando sarà il mio turno. Mi appoggio al sostegno di vetroresina vicino al posto per i disabili. C’è una scritta sul muro dell’Istituto Commerciale “Via i comunisti” dice. Sorrido alla voce di Chet Baker di “My Funny Valentine”. Il sole ha vinto il suo duello e ora indugia sulla terra che calpesto e sulla via che percorro abbacinando gli ospiti del ventre di questo drago che stantuffa di gasolio e clacson.
Mi guardo attraverso i finestrini da poco lucidati: fuori uno “scene kid” (con derive vagamente “emo”, mi pare) porta in spalla una chitarra: stasera devo suonare…
Mi sento osservato, non sei tu che mi assilli. Il cellulare è ancora spento e tale rimarrà fino a mezzogiorno almeno. Un paio di occhi, di quelli che non ti aspetti, mi fissa attraverso lo specchio rotto del corridoio (“You broke another mirror”, mi urla Thom Yorke in testa). È ghiaccio fuso che mi entra nella giugulare, è celebrazione della salute e della vita. È meravigliosa ed equipaggiata per gli sport estremi da coppia. Mi giro-la guardo-mi sorride-le sorrido. Mi fissa, abbasso lo sguardo (anima candida). Ammicca, mi confondo. Ci cerchiamo con gli sguardi ma io mi rimetto nella posizione di prima. La vedo muoversi con la coda dell’occhio. Si è spostata. È andata a sedersi vicino a una signora meditabonda in collo di volpe.
Continua a lusingarmi anche con l’aria che la circonda, non potendomi più circuire con gli occhi. Non muta atteggiamento neanche adesso che son quasi arrivato. Sento di non voler più scendere da qui ma so che, tra qualche minuto, sarà tutto finito.
Sul corso riservato ai mezzi pubblici, la prima fermata è la mia. Mi avvicino alle porte, si alza. Rallentiamo, freno e frizione, fischio. La pensilina, apertura porte. È dietro di me, scendiamo insieme. La sento camminare quasi al mio fianco. Ora è alla mia destra, sul marciapiedi. Mi volto per guardarla ancora una volta, magari per dirle una parola. Quando sto per puntarle il cobalto degli occhi sento il fiato che esce e le parole immobili. Parla lei al mio posto.
- Ciao (sorriso)
- Ciao (faccia da ebete)
Come per un attacco non dato ma tacito, le chiedo se lavora in zona. Sì, lavora in centro, operatrice di call center ma oggi fa un giro e vede un’amica dell’università (Economia Ambientale) alle 10. Sta preparando marketing, le manca il mare, il freddino di questi giorni le da sui nervi.
- a chi lo dici - riattacco io – pensare che volevo fare un dottorato in marketing strategico all’università tanto mi interessava (battuta fuori tempo massimo ancora atteggiando la faccia a batrace).
Prendo un caffè con lei o vado di fretta? Mi spiace - le rispondo (maledettissima riunione, non ho più neanche il tempo di sistemarmi gli appunti) - ma devo vedere delle persone per lavoro e sono in ritardo. Pazienza – mi fa – e, voltandosi lasciva e poggiandosi al muro del palazzo della Camera di Commercio, si toglie la borsa dalla spalla e l’apre tirandone fuori un foglietto verde e una penna. Sempre poggiata al muro scrive, in rosso, sul quadratino di carta “Milena” e un numero di cellulare.
- Mi piacerebbe rivederti se ti va, io sono Milena, piacere (sorrisone).
- Piacere mio – le rispondo con la faccia da ebete più convinta che mai.
Le do a memoria il mio numero e le dico che farebbe molto piacere anche a me rivederla, magari con più calma.
- Allora ciao – mi saluta sorridendo.
- Ciao...e buona giornata, Milena! – la saluto euforiconfuso.
Mi avvio verso l’ufficio senza neanche guardare la strada. Penso a quante volte ho vissuto queste scene nella mia vita e un sacco di considerazioni mi si affollano in mente. Dovrei preoccuparmi? No, non mi preoccuperò.
- Déjà vu o no, ho una riunione - mi dico, accartocciando il foglietto e cacciandomelo in tasca.