mercoledì, 29 ottobre 2008
Ogni volta che imbocco questa strada che mi conduce verso casa, mi invade una febbre d’attesa. Ogni volta è diversa ma è pur sempre attesa. Spasmodica e lacerante. I legami si rompono, la febbre resta. Come se, nella sempiterna reazione chimica cui sono sottoposto, oltre a generarsi energia vibrazionale, si sprigionassero suoni e colori nuovi. Rumori di fondo, disturbi, ruvidità e scorrevolezze. Sarà pure perché a quest’ora Robert Del Naja e company sembrano divertirsi anche loro a rimbombarmi in testa. Un festival della cinestesica applicata che si replica a distanza di ventiquattrore, insomma. A quest’ora in cui le galline pidocchiose di cui questo posto brulica, si affrettano a tornare all’ovile della quotidianità in seno alle famiglie e ai nidi di appartenenza,
si sincronizzano tutti a fuoriuscire dalla ciclopica tartana inzaccherata di melma e frenesia che impera nelle loro vite.
Ogni giorno, a quest’ora, si ripete il prodigio della carne che ri-diventa se stessa dopo lo scadimento fulmineo a stato di fascio nervoso che perdura dal momento della veglia.
Ogni sera, a quest’ora, la superficie cauterizzata delle cose si sgretola e tu indurisci dentro come diamante pur mantenendo intonse le tue caratteristiche biomolecolari. Così ti fermi e, provando a immaginare il più autentico dei fruscii vinilici, ci affianchi un chiaroscuro ad acquerello o a carboncino di quelli virtuosi che sanno di scienza.
Aspetta, pazienta ancora un po’, tu che ti fai chiamare civiltà umana. Ancora qualche minuto e, masticando una gomma, dissolverai nuovamente nel tuo guscio senza significato.
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giovedì, 23 ottobre 2008
Una mattinata velata di foschia irrorata di sole pallido e arcigno.
Son salito sull’autobus con la palpebra oltraggiata per la solita levataccia. Nelle orecchie avevo Buddy Guy in “Cities need help” con allegato di vocii e schiamazzi esagitati di universitari. Nel naso l’asbesto metropolitano delle otto di mattina e gli effluvi di pelletteria e fiati caldi e sudori stantii.
La strada scorre, il paesaggio muta, muto come un pesce e vellutato come il sonno. Il mio ritardo si accumula. Fortunatamente ho una mezz’oretta prima della riunione per mettere a posto gli appunti e blaterare le mie stronzate quando sarà il mio turno. Mi appoggio al sostegno di vetroresina vicino al posto per i disabili. C’è una scritta sul muro dell’Istituto Commerciale “Via i comunisti” dice. Sorrido alla voce di Chet Baker di “My Funny Valentine”. Il sole ha vinto il suo duello e ora indugia sulla terra che calpesto e sulla via che percorro abbacinando gli ospiti del ventre di questo drago che stantuffa di gasolio e clacson.
Mi guardo attraverso i finestrini da poco lucidati: fuori uno “scene kid” (con derive vagamente “emo”, mi pare) porta in spalla una chitarra: stasera devo suonare…
Mi sento osservato, non sei tu che mi assilli. Il cellulare è ancora spento e tale rimarrà fino a mezzogiorno almeno. Un paio di occhi, di quelli che non ti aspetti, mi fissa attraverso lo specchio rotto del corridoio (“You broke another mirror”, mi urla Thom Yorke in testa). È ghiaccio fuso che mi entra nella giugulare, è celebrazione della salute e della vita. È meravigliosa ed equipaggiata per gli sport estremi da coppia. Mi giro-la guardo-mi sorride-le sorrido. Mi fissa, abbasso lo sguardo (anima candida). Ammicca, mi confondo. Ci cerchiamo con gli sguardi ma io mi rimetto nella posizione di prima. La vedo muoversi con la coda dell’occhio. Si è spostata. È andata a sedersi vicino a una signora meditabonda in collo di volpe.
Continua a lusingarmi anche con l’aria che la circonda, non potendomi più circuire con gli occhi. Non muta atteggiamento neanche adesso che son quasi arrivato. Sento di non voler più scendere da qui ma so che, tra qualche minuto, sarà tutto finito.
Sul corso riservato ai mezzi pubblici, la prima fermata è la mia. Mi avvicino alle porte, si alza. Rallentiamo, freno e frizione, fischio. La pensilina, apertura porte. È dietro di me, scendiamo insieme. La sento camminare quasi al mio fianco. Ora è alla mia destra, sul marciapiedi. Mi volto per guardarla ancora una volta, magari per dirle una parola. Quando sto per puntarle il cobalto degli occhi sento il fiato che esce e le parole immobili. Parla lei al mio posto.
-         Ciao (sorriso)
-         Ciao (faccia da ebete)
 
Come per un attacco non dato ma tacito, le chiedo se lavora in zona. Sì, lavora in centro, operatrice di call center ma oggi fa un giro e vede un’amica dell’università (Economia Ambientale) alle 10. Sta preparando marketing, le manca il mare, il freddino di questi giorni le da sui nervi.
-         a chi lo dici - riattacco io – pensare che volevo fare un dottorato in marketing strategico all’università tanto mi interessava (battuta fuori tempo massimo ancora atteggiando la faccia a batrace).
 
Prendo un caffè con lei o vado di fretta? Mi spiace - le rispondo (maledettissima riunione, non ho più neanche il tempo di sistemarmi gli appunti) - ma devo vedere delle persone per lavoro e sono in ritardo. Pazienza – mi fa – e, voltandosi lasciva e poggiandosi al muro del palazzo della Camera di Commercio, si toglie la borsa dalla spalla e l’apre tirandone fuori un foglietto verde e una penna. Sempre poggiata al muro scrive, in rosso, sul quadratino di carta “Milena” e un numero di cellulare.
-         Mi piacerebbe rivederti se ti va, io sono Milena, piacere (sorrisone).
-         Piacere mio – le rispondo con la faccia da ebete più convinta che mai.
Le do a memoria il mio numero e le dico che farebbe molto piacere anche a me rivederla, magari con più calma.
-         Allora ciao – mi saluta sorridendo.
-         Ciao...e buona giornata, Milena! – la saluto euforiconfuso.
 
Mi avvio verso l’ufficio senza neanche guardare la strada. Penso a quante volte ho vissuto queste scene nella mia vita e un sacco di considerazioni mi si affollano in mente. Dovrei preoccuparmi? No, non mi preoccuperò.
- Déjà vu o no, ho una riunione - mi dico, accartocciando il foglietto e cacciandomelo in tasca.
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mercoledì, 15 ottobre 2008
Alzo lo sguardo verso lo schermo violetto del VHS in standby. Dentro c’è “Space is the Place” con Sun Ra. Macchinalmente pigio il play innescando quel congegno elettromeccanico cui s’accoda il flusso del mio pensiero. Così attacco con le considerazioni… 
Considero che l’unica cosa che non conosco più è la paura in questa notte azzurra e densa come la melassa.
Considero che sembro una carpa dorata dalle squame di brezza rappresa senza speranza né voglia di nuotare in branco. Considero che non ho bisogno della compassione né dell'altrui compiacimento: che voglio devozione, assoluta e incondizionata dedizione. E considero che in questo ultimo barbaglio di crepuscolo giaccio invano con cadaveri disfatti e copulanti cui il mio tramanda per induzione odore salmastro di peccato e indolenza. Considero che, preso dal tentatore prurito statistico della massa, resisto senza grattarmi e gli occhi mi lacrimano e il film va e lo spettacolo continua.
Davanti alla tv gracchiante e a questo nastro rovinato fisso la superficie convessa del mio rum. Il bicchiere sta ritto sotto le mie dita, liscio come il culo di un cucchiaio fiammante. E la prospettiva si allarga e si stringe e disobbedisce e si deforma virulenta. E il fulgido scafo sacrificato al glorioso arcipelago dell’insonnia vagola nel mio studio liquido.
Ora il campo visivo è accogliente come un utero da cui morire tutte le mattine.
Ora “Space is the Place” è finito e lo schermo è tornato violetto.
Ora un’altra notte docile, morendo, ruggisce.
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sabato, 11 ottobre 2008
Sono state giornate intere appresso a interminabili testi da preparare per riferire alle commissioni internazionali sui progetti di cooperazione dell'organizzazione per cui lavoro. Piani di sviluppo del territorio, report da incrociare, persone da incontrare, schede finanziarie da compilare.
Sono arrivato al meeting dei "Grandi Capi" completamente stremato. Ho passato intere giornate da solo con la presidente della Commissione Sviluppo e Cultura dell'headquarter di Parigi a preparare tutto il materiale cercando di rendere impeccabile la sua presentazione. Ho aspettato un pomeriggio intero per supportare la suddetta, la quale mi aveva espressamente chiesto - oltre al tuo capo, vorrei ci fossi anche tu: so che il grosso del buon lavoro che avete svolto è merito tuo.
Io ho nicchiato sapendo che la cosa doveva passare per l’approvazione del mio direttore ma che, d’accordo lui, sarei salito anch’io su quel palco e avrei avuto i miei quattro secondi di celebrità (ché anche se il mio nome fosse stato pronunciato sbagliato e con l’accento anglo/francese andava bene lo stesso).
Lui ha acconsentito, non senza storcere moderatamente il muso (vile) e, una volta al cospetto della commissione…niente. Ho atteso invano, sino al termine della presentazione e dell'intervento del mio boss con il livore che montava, la stanchezza in faccia e la speranza che qualcuno pronunciasse il mio nome.
Invece nulla, neanche un nome, un fottutissimo nome a suggellare la mia presenza lì e un po’ di riconoscenza di cui bearmi ed essere compiaciuto di me stesso, anche solo per qualche ora (non sono, per mia natura, uno che si crogiola o si autoincensa a oltranza).
E per questa “esclusione” non mi meraviglio tanto di lei che, benché non mi conosca, mi ha comunque dato la possibilità di esserci, quanto del direttore del mio settore che si profonde puntualmente in complimenti vacui e patetici rivolti alla mia persona, salvo poi evitare (deliberatamente) di menzionarmi per un lavoro che ho svolto io, quasi completamente, dall’inizio alla fine.
In culo.
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venerdì, 03 ottobre 2008
Sarà perché quando sono entrato in casa di Roberto, il giradischi suonava “Pannonica” nella take in studio di Thelonious. Sarà perché, fino a qualche minuto prima avevo nelle orecchie “Monk’s Dream” (ché le cuffiette ormai me le porto appresso dappertutto). Sarà perché non avevo voglia di stare a sentire la ridda di opinioni, idee e giustificazioni che mi tormentava i pensieri sul vortice di avvenimenti della settimana passata.
Non ne conosco il motivo, o i motivi... ma la prima cosa che m’è venuta in mente, rivedendoti dopo lo scorso capodanno è stata quella di farti la proposta più stramba che ti si potesse fare (scommetto).
- Andiamo a casa mia? Ho preso “The Score”... Sì, anch’io l’ho visto ma lo riguardiamo insieme, dai...
Avevi gli occhi grandi, malcelati dietro quei buffi occhiali nerd style e una luna in bocca ti si addolciva in un sorriso sornione, come accadeva un tempo in risposta alle mie “proposte indecenti”.
Monk non finiva più di improvvisare. Ci percorreva i corpi, ci allucinava con le sue dita parallele ai tasti, sembrava che noi stessimo in studio a controllare toni, volumi, rumori di fondo provenienti dalla sala del quintetto.
Eravamo insieme a lui, sullo stesso sgabello, tutti e tre. Noi e lui a centellinare il percorso del suono misurando mentalmente i cambi di tonalità e gli accenti ritmici sghembi di Pettiford e Roach.
Sembrava fatto apposta. Alla fine del solo mi hai detto: - Ok, andiamo ora? - e, dopo cinque minuti eravamo in strada a guardarci negli occhi e dentro le teste, senza vedere nient’altro che noi.
Sulla poltrona, davanti al film abbiamo parlato del tuo lavoro, delle ferie-fuori-tempo-massimo, delle soddisfazioni che ci siamo presi e di cosa avremmo fatto se fossimo stati noi al posto di Nick, il proprietario del club in The Score. E poi giù a sviscerare freneticamente le ultime pellicole viste e il cambio generazionale tra la vecchia guardia e i giovani cineasti di Hollywood.
Finalmente, alzandomi per riempirti il bicchiere, ti ho detto - Ma lo sai che Frank Oz, il regista, è il creatore di The Muppet Show? - e tu, senza proferir verbo, mi hai mostrato il TUO sorriso, quello solito. quello che ti rende incredibile, da sempre.
Pomeriggi come questo non capitano tutti i giorni.
Ma io ti aspetto per la prossima occasione. Quando torni, ripassa.
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