domenica, 28 settembre 2008
Paul Newman. Lassù qualcuno lo ama.
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domenica, 21 settembre 2008
A casa di Giada c’è un pianoforte. Uno di quelli color radica. Un Ronich a coda degli anni Sessanta, lascito di una vecchia zia pianista e, stando ai racconti di famiglia, fissata con Liszt e i Romantici.
Alla festa mi ha invitato Fabio, fratello minore di Giada, da sempre mio affezionato “epigono” e chitarrista di buon livello. Ha deciso di fare una roba sobria con una ventina di persone, arrosto misto, vino rosso di casa, digestivi e sollazzi vari. L’occasione era la sua laurea in archeologia.
Serata strana, quella di venerdì. Alle dieci e un quarto (in ritardo biblico) ero fuori dal portone con il freddino incipiente dell’estate che, andandosene, ti sventola canzonatoria il fazzoletto bianco in faccia.
A quell’ora c’erano già tutti. Tutti compresa Giada. Tutti compreso il suo ragazzo.
Sono stato una buona mezz’ora seduto in circolo, tipo festa delle superiori con il mio piatto e il bicchiere di vino per terra, vicino alla sedia. Imbarazzo. Tensione. Non so se lei mi abbia guardato: ho chirurgicamente evitato occhiate e sguardi di ogni genere.
Non che fossi teso per un motivo particolare ma, si sa, ti senti a disagio incontrando dopo qualche mese una ragazza con cui hai avuto una “storia” passeggera durata giusto il tempo di una “pausa” di riflessione dal fidanzamento ufficiale.
Finalmente, alle undici passate, il padrone di casa decide di metter su questa band improvvisata. Una volta seduto al piano, tutto è stato sollievo. Distensione. E spasso, anche. Ho scoperto Daniele, un contrabbassista figo con un piglio ritmico a dir poco coinvolgente. Fabio, alla chitarra, ha migliorato ancora il suo tocco svelando una predilezione per il brasile e la Bossa Nova. Marco, il batterista, che poi ho scoperto studiare percussioni, mi ha prestato un bootleg argentino (incredibile!) di Cannonball Adderley, splendido.
Abbiamo suonato fino all’una, senza mai fermarci, a parte qualche piccola parentesi di cazzeggio e alcuni drink, con la “fedifraga” che mi spediva occhiate tra l’inquisitorio e il rilassato chiacchierando e tormentando la nuca del fidanzato.
Davvero una bella festa. Son tornato a casa con l’idea (e mi capita sempre più di rado) di non aver sciupato una serata della mia vita.
Il mattino successivo, un sms: Fabio è stato contentissimo di averti avuto alla sua festa. E anch’io. Buona giornata. G
Buona giornata anche a te e a Fabio. Ma non le ho risposto. Spero le sia arrivato il pensiero.
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lunedì, 15 settembre 2008

Un we niente male, non foss’altro per il fatto di essere stato fuori a suonare in un hotel figo. Avrei dovuto sostituire l’anello mancante della band solo alla fine di settembre ma il tipo in questione lascia la combriccola prima del previsto (motivi suoi), quindi venerdì pomeriggio mi hanno prelevato direttamente dal lavoro con un’ora di preavviso e, via all’albergo “Venus” (pure qui, un nome un programma). Un’oretta di viaggio per 48 di “break” con musica, prove, sound check, parti da ripassare, suoni da cercare, svago, alcol e (poco) riposo. Durante il primo concerto sono stato “affiancato” proprio come si fa al lavoro seguendo con gli occhi tutti i movimenti del gruppo e cercando di interiorizzarli ostentando le movenze e l’atteggiamento di un “normale” e disteso tecnico del suono. Sabato sera, invece, ho suonato io e, devo dire, la serata è filata più liscia di quanto mi aspettassi. Farti riempire il tempo dalla musica, tacere con la bocca pur tessendo le più ardite trame espressive con lo strumento mi ha rinvigorito, rifocillato, ringalluzzito. La notte l’ho passata in compagnia di Scorsese (portato da casa), provando a guardare con gli occhi di Paul Hackett (alias Griffin Dunne) l’inferno metropolitano nella notte di Soho. Grande commedia noir, Afterhours. Sublime la Arquette: riassumeva in una sola tutte le facce delle dissennate sotto il palco. (Ri)Guardatevi anche questo, va’.

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domenica, 07 settembre 2008
Tanto per cambiare. Tormentato da una cefalea che non mi lascia in pace da qualche giorno, ho pensato di spendere ancora una delle mie notti nella schiera dei veglianti. Così, vagando senza requie nello studio, ho riscoperto un’opera alla quale sono legato da un filo di passione e memoria. “Cecità” di J. Saramago giaceva lì, sotto un’esile patina di polvere, tra la tv e la pila di dischi. Non si trovava nello scaffale dei libri: era lì, come stesse aspettando di essere di nuovo sfogliato, come pronto sulla rampa di decollo dei miei ultimi e tormentati scampoli d’immaginazione al buio. Quel libro tu me lo facesti conoscere. Grazie a te lo lessi tutto d’un fiato, con avidità e ingordigia. Poi preferii averlo, possederne una copia mia. L’ho preso e tenuto tra le mani rigirandolo come una perla rara per lunghissimi minuti. Dalla copertina bianca, opaca, promanava un odore familiare, di dolce e salmastro insieme. Ho riflettuto e mi sono perso, mentre ne ho riletto alcuni passi, senza muovermi di un centimetro. E come nella più trita delle trame, il destino si è beffato e beato delle mie ugge interiori. Non posso nulla per tornare a guardarti negli occhi, perché io, scientemente e lucidamente ho deciso di chiuderli e far parte di quella notte dell’etica in cui molti di noi sono sprofondati. Ti ho perduta, pur senza la minima cattiveria, semplicemente perché ho scelto di farlo. Ed ora non serve a nulla desiderarti e voler tornare indietro. Ora, piuttosto, lotto. E continuo a lottare, pure contro me stesso. E mi subisco. Ché anche la lotta, come dice il maestro Saramago, è sempre stata, più o meno, una forma di cecità.
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martedì, 02 settembre 2008
In questi giorni sono un personaggio senza interprete. Il we ha nebulizzato per sempre le ultime speranze di una pseudo vita di coppia, così sabato sera ho deciso di spararmi un paio di film dopo una salutare sbornia. Parbleu, avevo rimosso che guardare film in stato di etilismo acuto allucinasse davvero. Vi risparmio banali considerazioni da velleitario critico delle case popolari e rimando alla visione delle suddette opere, se non l’avete già fatto: Profumo (Storia di un assassino) - (T. Tykwer, 2006) e, per la quarta volta, Citizen Kane – (O. Welles, 1941)
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