Un we niente male, non foss’altro per il fatto di essere stato fuori a suonare in un hotel figo. Avrei dovuto sostituire l’anello mancante della band solo alla fine di settembre ma il tipo in questione lascia la combriccola prima del previsto (motivi suoi), quindi venerdì pomeriggio mi hanno prelevato direttamente dal lavoro con un’ora di preavviso e, via all’albergo “Venus” (pure qui, un nome un programma). Un’oretta di viaggio per 48 di “break” con musica, prove, sound check, parti da ripassare, suoni da cercare, svago, alcol e (poco) riposo. Durante il primo concerto sono stato “affiancato” proprio come si fa al lavoro seguendo con gli occhi tutti i movimenti del gruppo e cercando di interiorizzarli ostentando le movenze e l’atteggiamento di un “normale” e disteso tecnico del suono. Sabato sera, invece, ho suonato io e, devo dire, la serata è filata più liscia di quanto mi aspettassi. Farti riempire il tempo dalla musica, tacere con la bocca pur tessendo le più ardite trame espressive con lo strumento mi ha rinvigorito, rifocillato, ringalluzzito. La notte l’ho passata in compagnia di Scorsese (portato da casa), provando a guardare con gli occhi di Paul Hackett (alias Griffin Dunne) l’inferno metropolitano nella notte di Soho. Grande commedia noir, Afterhours. Sublime la Arquette: riassumeva in una sola tutte le facce delle dissennate sotto il palco. (Ri)Guardatevi anche questo, va’.