sabato, 10 ottobre 2009
Quando Peter inizia a fare il suo monologo contrappuntato sui temi di Debussy e Rach, mi sembra stia esponendo qualcosa di troppo aulico. A quel punto un riflesso automatico mi porta a pensare che l’atmosfera sia avvelenata e cianotica come un tuorlo d’uovo rancido.







Mi sorprendo a chiedermi cosa si provi, durante il rapporto sessuale, ad essere donna. Cerco di immaginare qualcosa che mi penetri l’inguine ma quello che sento all’istante, quasi inconsciamente, è un lieve dolore.







Dalla poltrona davanti gronda sangue misto a seme denso e bianchiccio. Una sorta di dio rallenta il flusso venefico del globo materiale. Provo a mettere a fuoco ma la musica è troppo scivolosa. Così penso a un vaso che si rovescia al rallentatore come se emanasse luce dal suo liquido incandescente.







Ho l’aspetto d’un sensale con la pancia grossa e i baffi pronunciati e tronfi del loro essere demodé.







Non ho la pretesa di dirimere questa matassa, così mi ritraggo negli spazi siderali che sono solito abitare. Ma c’è qualcosa di anelo e indomito che sbarella la mia povera mente esausta dal suono che s’inoltra.







Dovrò difendermi ma non ne ho le forze. E temo che il mio cammino veda la sua fine prima che io possa parlare. Davvero.







L’arte, mi ripeto, sta nell’andare fino in fondo. Se inizi coi tamburi devi finire con la dinamite o col tritolo. Questo è quanto. Non ci sono alternative.







Da ogni parte l’uditorio è composto e imperituro. Sotto il lume dell’uscita mi sento un Werther sprofondato nella sua disperazione più ignominiosa. Mi sembra di posare per un Basquiat o giù di lì.







Così mi trovo sempre a beffarmi di me stesso e della mia condizione di riccio infame.












































E comunque io l’odio Alfano.
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mercoledì, 09 settembre 2009
Mentre ti allontani, guardo l’orologio. Non è mai troppo tardi, mi siedo e penso con gli occhi bassi sulla polvere turchina dei capelli in terra.























A te, Dalila, rivolgevo lubrica dolcezza come a un lepidottero tricolore e promettevo ancora un sorriso, ancora una guepiere violacea di pelle fresca, ancora una boccia di pesci rossi nel parterre.























Non è così che mi terrai con te, mi rispondevi intirizzita nel gelo del golfo alleato delle suadenti sirene e nemico di ogni marinaio di buona volontà.












Ora la bolina e il deodorante mi sparigliano le sopracciglia e insidiano il Vanity Fair sul davanzale della finestra. Sarei solo, mi sono detto, se non avessi ancora il tuo Vagisil usato sopra il bidè.











Quivi, le orecchie che più non ho fremono al tristo ricordo sotto la mia papalina consunta per ore nel buio da un opinabile passaggio d’ombra.


















Ti corsi incontro con l’orario degli autobus in mano dentro al multisala all’incrocio del tempo. Tu mi hai guardato come una nutria incerta sul da farsi ed è stato un flashback della mia vita di periferia arrotolata come la prima sigaretta tra amici spacconi. Io mi fregiavo del mio corpo catafratto di una bronzea patina di menefreghismo controllato e tu ammiccavi compiaciuta del rigonfiamento sotto le tue coperte.













Poi è arrivato il tuo amico rasato con gli addominali a tartaruga ninja, le orecchie perfette e levigate e il collo da pterodattilo. Ti ha portata via da me nel tempo di una ripetizione da dodici alla panca.









Ti ho pregato di darmi ancora, per l’ultima volta, il tuo amore. Mi sarei accontentato anche della versione missionaria senza troppe pretese ma ogni sforzo è stato vano.













Col senno di poi, ho sussurrato al mio gatto scalzo, è stato un errore corteggiarti con miele e mandorle tostate. Ma lo rifarei e piango sull’atto avversato per ore.




 









È sera, la terra è fredda e negra insieme. Fuori luccicano gli ultimi scampoli di un’estate che vorrei potesse non finire mai.









Invece no.




















Pensare che te l’avevo anche detto: non illuderti, non sono meglio di George Clooney.
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martedì, 28 luglio 2009
Ogni fine ha un senso. Giurai che ascoltando Der Fliegende Holländer avrei gustato questa pietanza struggente e foriera di serenità insieme. Poi la rivelazione: il senso funge da volano per un’altra dimensione temporale posteriore all’epilogo. Così ad essa segue un momento atemporale, fuori dalla cognizione di qualunque orologio. Quindi Wagner mi ha donato la verità. Poi mi ha ucciso.





L’altra notte, da un certo punto in poi, non ho detto più niente. Quella notte ho provato quella sensazione. Forse è arrivata anche quand’ero sul palco… ma è durata troppo poco. Cioè la mia mappa neuronale non ha colto l’atemporalità del momento. La mosca era nella mano chiusa, poi è fuggita sbandando. Le mosche non respirano coi polmoni. Ma possono soffocare. La mia non l’ha fatto. È andata.



Per una volta làsciati portare a passeggio a lambire le lingue liquide che leniscono la terra fetida che abitiamo sotto questa luna che sembra un croissant e che ci abbaglia pur nella sua affannata opacità gemente. (Leggi senza pause. Si chiama sviluppo della ritmicità).





Potremmo parlare di uomini e donne di spessore intellettuale proverbiale con i denti anneriti dal betel e l’alito fragrante di bolivar malconci. Mi diresti che sono il Poeta Scomparso di sempre e la coscienza di tutte le generazioni.




Centinaia di fanciulle romantiche si uccideranno sulla tua tomba vuota.






Le ipotesi disparate conducono a verità che si agglomerano magnificamente.






L’arte è un procedimento da animali quali siamo. La sua bellezza suona come la verità semplice e funge da panacea per affrontare il qualunquismo di vite in balia di un mero destino biologico. y=f(x). Tutto è temporale. L’arte no.





Fuori c’è un arcobaleno da cineteca. Ah, gli attori... Noi che facciamo partorire i parti altrui, non dovremmo, come gli attori, essere sepolti in terra consacrata. Gli attori fingono che il mondo, così com’è, funzioni in maniera diversa mentre noi fingiamo dell’infinito universo e mondi, la sterminata pluralità dei compossibili.






Vuoi questa divertentissima suoneria sul tuo telefonino? Chiamami. Te la regalo io. Te la invio per mms e, in contemporanea, spedisco al tuo indirizzo un pacco regalo con un fiocco colorato e una carta profumata al sandalo. Vuoto. Un pacco vuoto. La suoneria l’hai avuta via etere. Quindi il pacco contiene la sensazione di tangibilità cui le nostre amare insicurezze non derogano.




E come faresti, scusa?

Come farei? Semplice, io sono Dio. La stessa solitudine, la vanagloria e la disperazione per non essere una delle creature che ho generato. Come tutti. Tutti che vivono nella mia luce e io che esisto nello scintillio insopportabile della mia penombra dalle opalescenze compiaciute.




Ora ti lascio in pace, lavora tranquillo, da buon monomane, per almeno una trentina d’anni.

Eh, lavora… magari!





















 










 



E comunque perdere 5 kg in una settimana con Alessia non è normale.
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giovedì, 18 giugno 2009
Ipotizzare è parte integrante del metodo scientifico riportato sul manuale di sopravvivenza quotidiana.



L’altra sera è entrato nel gruppo Fabrizio, il bassista occhialuto. Fabrizio ha nel look e nel portamento la stessa concentrazione di glam che c’è negli stones di “Sticky Finders”.



Ho elucubrato un sacco sulla sua beffarda figura.



Elucubrare non è cosa da poco, specie se si procede per step “coerentemente” pindarici. E io ho elaborato la mia teoria sull’inadeguatezza di questo personaggio bizzarro.



Me la sono giocata sul disinvolto andante senza avanzare pretese di apprendere dagli altri il motivo per cui “abbiamo” dato il ben servito a Davide (l’ex bassista ndr).



In sala prove c’è un’atmosfera strana in questo periodo: sarà la difficoltà di registrare qualcosa di decente entro le prime dieci take o il caldo che riesce a liquefare ogni sana volontà proattiva.



Devo smettere di bere. E di fumare. Forse anche di scopare. Prima o poi lo farò. Mi allucinerò con sensazioni auto procurate e fingerò un orgasmo con il nulla trangugiando acqua tonica e con le braccia cerottate di Nicorette aromatizzato alla cannabis centrasiatica. Sarebbe bello. Potrei usare il manierismo con cui ho fasciato di menzogne romanzesche la mia disillusione “tardo adolescenziale” e strafarmi di allegorie e ritualità da percorsi di vita.



Sto imparando che la ciclicità di talune situazioni conforta le mie idee dissolute: qualsiasi errore può essere il portatore misconosciuto di verità.



 



E se si generano simili mostri, occorre credere che siano opera di natura, anche se sembrano così diversi dall’uomo…



 



Fabrizio il bassista funziona come un metronomo a-emozionale. Ha lo scetticismo ermetico del diabolico e ne va pure fiero. L’altra sera, mentre il pezzo andava, mi sentivo pervaso dalla perpetua luce opaca negli occhi di Henry Spencer in Eraserhead. La colpa era sua, lo so. Nulla sfuggiva allo sguardo grifagno di quell’orologio armonico caracollante. E la cosa non mi ha punto entusiasmato.



Dovrò dirlo agli altri.



E smetterla di disperarmi.



 



 



 



Tanto Julianne Moore sta con un altro.
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lunedì, 11 maggio 2009
Batto quasi alla cieca sui tasti di questo pomeriggio di metà maggio quando, per venire al lavoro, passo in mezzo all’odore del mare che turbina di correnti placide e la sabbia è lì ferma e sembra che dorma prona a quel mastodonte conduttore di felicità indaco.



Oh gioia, vertigine della diffidenza, mio lettore/scrittore insonne e svogliato, aiutami a pensare per tuo conto. Sto tentando di farmi macchina totalmente spirituale.



Se scrivi con la penna devi giacere sulle carte sudate di pensieri sconci e rallentare sotto il peso della stanchezza. I pensieri si sovrappongono, il polso non tiene dietro alla velocità delle sinapsi ma surroga col suo meccanico e sinuoso movimento. Analogia e valori discreti si fondono per cercare il bello. L’armonia? Non so, più che armonia mi viene in mente la meditazione della severa ragion critica sulla felicità del primo acchito.



Mi impegno, mi arrovello e fatico… ma proprio non riesco a far coesistere l’essere col dover essere, la contingenza con la necessità: eppure ne avrei di tetralogie a disposizione cui fare riferimento. Eppure…



“Evidentemente non basta”. Me lo dico(no) abbastanza spesso. Ma sto sempre punto.



E a capo.



“La gente come te si riconosce dallo scetticismo con cui affronta le cose”: ah, questa l’ho sentita molto di più ma non mi rassicura affatto. Anche perché io non sono scettico. Incredulo, al limite…che è diverso. Credo a una cosa per volta e a una seconda solo se, per qualche innato meccanismo, discende dalla prima. Procedo in modo miope, metodico, criptico talora e sovente empirico. Non azzardo orizzonti né improbabili agnizioni.



Diffido delle catene di idee invece che prescinderne come farebbe uno scettico che si rispetti. Delle catene ideali amo solo la polifonia. Voglio dire, basta non crederci e due idee, entrambe magari false, possono collidere creando un buon intervallo. Non rispetto o non considero le idee su cui altri individui scommettono l’intera esistenza, ma quelle stesse due tre unità minime di pensiero possono realisticamente creare melodia. O armonia, meglio ancora se dodecafonica.



Che c’è di strano? Niente. Solo la sefirotica varietà umana che lotta e scalcia tumultuosa e pugnace contro se stessa e per la di se stessa ricerca.



Posso accontentarmi di fare il protagonista. Ma anteporre la dimensione di primo spettatore a quella di personaggio cardine del proprio canovaccio ha il suo perché.



Un po’ come guardare di sottecchi il fusto demiurgo che ti concia la vita e dargli discreti suggerimenti negoziando mansuetamente sul prosieguo...



 



 



 



E comunque pure Audrey Hepburn si tirava ditalini potentissimi
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mercoledì, 22 aprile 2009
Rientrando a casa ieri notte, dopo la solita giornata campale da sedicioredimpegninonstop ho avuto (e non mi succedeva da un po’) l’impressione che il mio appartamento fosse abitato da una persona invisibile o, comunque, dotata dell'evanescenza sufficiente a non lasciare tracce, a parte il solito disordine imperante. Con lo sguardo fisso sul posacenere colmo sul tavolino dello studio, ho iniziato a fare pensieri a catena, inesorabili come l’energia sprigionata da una cascata.
Ho considerato, per esempio, che la gente ormai si forma tra uno scarto di saggezza e una nota disambigua di wikipedia.
 
Quando ero piccolo ho tanto insistito perché mio padre mi comprasse un’enciclopedia della musica allegata a una rivista (di cui non ricordo il nome). Una di quelle pubblicazioni a fumetti, con le cassette e tante illustrazioni e personaggi colorati. Non credo tanto per tirchieria, quanto per sospetto verso i fumetti, mio padre non mi assecondò mai. Ogni volta che, nel mezzo dell’argomento, gli dicevo “guarda che i fumetti servono per diffondere il sapere in modo semplice e immediato” (paro paro come diceva la pubblicità) lui mi rispondeva seccamente, senza neanche distogliere lo sguardo dal televisore “guarda che i fumetti servono per vendere più copie, che è quello che vogliono tutti i giornali”.
Cosa avrei potuto controbattere? Non c’era molto da aggiungere: aveva disposto perfettamente gli ostacoli retorici della conversazione e io ci ero caduto come un pivello (quale, in effetti, ero).
Forse ora avrei qualcosa da replicare. Ciononostante non tornai più sul discorso. Ho solo concluso il processo che mi ha condotto all’incredulità. O meglio, pentendomi di essere stato credulo, ho scardinato le leve emozionali che mi portavano dritto a farmi prendere completamente da una passione. Prima mi facevo prendere. Questa credo fosse credulità.
Così adesso non è che non credo a nulla. Semplicemente non credo a tutto. Le strade per arrivare sono molteplici e, il fatto che qualcuna possa essere “proibita” o inibita, non compromette il alcun modo il raggiungimento della meta.
C’è una pleiade di sollecitazioni nell’arco della vita che, catalizzando in un modo o in un altro l’ancestrale mondo della vita, modella atteggiamenti e reazioni rispetto alle cose.
Trovo che l’incredulità sostenga, a suo modo, la curiosità confortando una ricerca (interiore e non) che mai si compie a pieno.
 
Questa nuvola delirante si è dissolta d’incanto allo squillo del cellulare. Ho sentito la tua voce di raso che mi sussurrava un sillabato e aspirato “buonanotte” al microfono. Poi niente, così. Buonanotte e clic, senza neanche aspettare una risposta.
Tu che appena un’ora prima mi davi del superficiale con un impianto teorico che, a sentirlo, Crepet avrebbe chiamato un esorcista…
Forse sono stanco, ho pensato. E, in effetti lo ero, avendo dormito così copiosamente da svegliarmi col mal di testa.
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martedì, 31 marzo 2009

Ricordo la prima volta che ti ho vista. Eri con Keith. E il calore di quella presenza ha condensato e fermentato i feromoni in sospensione. Dalla coda all’occhio è salito un segnale sommesso e indistinto. Poi lo swing è partito impercettibile e ha destato Lester Young dal suo sconfessato sonno. L’accento è caduto dove gli armonici attendevano pazienti. Poi il suono si è squadrato e frammentato in cristalli raffermi.

È stato allora che ho compreso: “tu non sei un modello attendibile”.

Ricordo che quando ti aspettavo ho sempre pensato che avresti tradito le aspettative della più marmorea e convenzionale statistica. Ciononostante mi sono nascosto tra i villi della mia coscienza e nelle tue cavità cilindriche negando l’evidenza in attesa di fantasmi da pochade e cadaveri meccanici e carne metallica con gli occhi fissi di paura estatica.

Ricordo la prima volta che eravamo soli. Ero nel silenzio roboante della mia stanza arancio e foglie di cedro. Le mie labbra hanno toccato con mano ferma l’aria intorno alla solitudine che ammaliava ammiccante. Poi la finestra si è dischiusa davanti alla primavera tiepida e gli occhi hanno sorriso di fronte al bagliore zitto intorno.

Miserabile sono. Rispetto alla tua mirabile figura.

Ricordo il refrain dell’inizio racchiuso in un inciso lungo un respiro. E ho sempre sperato che perdonassi la contenzione degli occhi miei addosso a te. Solo ho pensato di essere speciale tra le n razionalità sublunari. Forse ho sbagliato. Ma non farlo sarebbe stato come astenersi dal bere alla sorgente per inebriarsi alla fonte.

Ricordo colui che ha concepito le tue vene dando luogo a quel flusso alchemico tono su tono. Riuscendo a evocare insieme demoni neri e graffianti e umori zuccherini e molli.

Grazie a Mr. Wolf ho suonato passione e struggimento, smania e apatia, insofferenza e impeto.

Grazie a lui ho suonato ogni cromatismo sulla scala del mondo.

Grazie a lui ho compreso che è impossibile non cadere in ginocchio disarmati davanti alla certezza della meraviglia.

 

On Air: Ballad Of The Sad Young Men (Music by Tommy Wolf).

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martedì, 17 marzo 2009
Si è pieni di misfatti e viltà. Pochi, pochissimi sono fatti di carne e spirito. Noi sì, questo sì.
Puoi girarmi e rigirarmi nelle tue mani sempre considerandomi immobile e uguale a me stesso.
 
butta i miei occhi, non li rivoglio indietro.
 
Se ne sento la mancanza, vessami e ruttami il tuo disprezzo senza risparmiarti.
Mi veniva da dirti che sei bella come una camera da letto fuori moda, che avevo voglia di tenerezza e struggimento per sentirmi vivo e prono ai tuoi voleri. Adesso sto fermo e i fantasmi mi inseguono lo stesso con bagliori e clangori metallici e sogni in bianco e nero ai lati degli occhi.
Fammi sapere che accade in quel serraglio di cervello. Pilota le scene che ti piacciono di più e mandamene un saggio. Voglio riguardarle e commentarle con te. Anche senza parlare.
 
mescola il tuo sangue con la mia mente.
 
Vorrei ne risultasse un’astrazione fantastica, vampiresca, spettrale. L’amore è un fatto di suono e senso insieme. Anche questa stanza beige che sa di bouganville dovrebbe gioirne, avendolo compreso.
Ritornare sulle tue pareti è stato uno spettacolo. Sentire membrane contrarsi e distendersi e inumidire di frenesia. Sciaguattare come piangere di gioia. Incunearsi lungo il meridiano in cui si consuma la solita e meravigliosa tragedia del mondo.
Morire di una morte da anestetico non ha eguali. O forse ne ha. Tutte le volte che succede ancora.
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mercoledì, 04 marzo 2009
Siamo qui e ora. Prendiamo un caffè in centro prima che io mi addormenti e la città già brulica del consueto niente delle dieci di sera. Siamo appena usciti dal cine e già non so cosa suonerò sino al termine di questo incontro. Ci siamo inseguiti per giorni senza risolverci a decidere della nostra sorte. Poi oggi, dopo qualche telefonata a vuoto, ho deciso di invitarti certo di un tuo elegante diniego. Invece no.
Stasera non hai altro che uno scialle carminio sgargiante su un vestito intero beige che svolazza spazioso. I capelli paglierini raccolti dietro la nuca bianca. Gli anfibi ti fasciano i polpacci torniti di liscio marmo. Il viso pulito hai con gli occhi di ghianda che contornano labbra disegnate e succose come ribes maturi.
Ti ho immaginato bargigli sotto quei paramenti, due villi puntuti sul petto dal calamitante afrore di limone dolce.
Durante lo spuntino di mezzanotte hai tamburellato impaziente le dita sul tavolino del kebabbaro fissandomi stralunata con una mano sotto il mento e un sorriso annebbiato. La stessa nebbia che ho respirato davanti al maxischermo due ore prima. Immagini convulse di “Inland Empire” tornano alla ribalta. Ci siamo divisi quest’esperienza sensoriale come una coppietta smaniosa in erba. Abbiamo adorato, bramato e giocato con follicoli elettrici che baluginavano all’altezza dei nostri orecchi sempre sull’orlo del delirio. Io, un Justin Theroux immobile e ieratico concentrato sul mio occhio cavo sbiecato da un angolo nero. Tu, come Laura Dern, sensuale e incosciente, ridotta a suono tattile nel gioco a dadi dell’Altissimo.
In alcune sequenze “casuali” della pellicola c’era una frenesia atomistica dell’attività. Quegli istanti sembravano accompagnare il soffitto in crollo. Ma era solo fragore cieco e ingannevole.
La violenza non ci ha mai salvati e non ci salverà neanche stavolta. Ma noi volevamo restare lì, in quella prigione bianca, senza percepire.
Poi ci siamo alzati e siamo andati sotto casa tua.
Non giudicare, non sentire - ti ho detto prima di abbandonarmi - senti solo il mio effetto e ferma il respiro, se ci riesci.
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giovedì, 19 febbraio 2009
I pensieri si allargano ora che la batteria ha smesso di suonare e la chitarra è partita con un ciclo di terzine andanti. Marco, dal palco, mi guarda scherzoso e il suo cuore chiama il mio che gli fa da imbuto per collegarsi al pubblico pagante. Io gli sorrido di rimando e mi giro alla mia destra dove Fabio si spella le mani per applaudire la banda. Ogni volta si rivolge a me facendo spallucce e corrugando la fronte come a dire “Sentito che forza?” e io annuisco cogli occhi chiusi e la faccia riempita di questo vigore.
Non ho mai visto tanta gente nuova come stasera. Nel club sembra si celebri il più audace avamposto della rutilante vita moderna. Invece è “solo” un concerto, mi dico. Alcuni corpi tengono teste e sguardi immobili. Solo i musicisti si dimenano come platani scossi dal soffio dell’Onnipotente su una terra disperata.
Altre ragazze sfaccendate siedono su poltrone blu come le note del tenore di Coleman e si grattano al pari di una famiglia di scimpanzé.
Rabdomanti gli occhi miei roteano in circolo cogli accordi di Marco che a sua volta suona all’unisono con le fondamentali sparate dal contrabbasso di Ivano durante il solo di Footprints.
Nell’aria risuona una sequela di armonici che preludono a un pandemonio dimesso, ad una virulenza soffocata come se da un secondo all’altro ci si attendesse una deflagrazione senza precedenti. Il dettaglio minuto che manca inizia insistente a tamburellare sulle nuche poi a coagularsi, cristallizzarsi, assumere forma ostinata e capricciosa come il gelo che disegna antropoforme sulla finestra oscurata. La vetrata dà sul fianco di una pensione dove le coppiette clandestine e vogliose vanno ad amarsi per metà notte. Anche loro sembrano aspettare qualcosa a giudicare dal frinire che giunge da quel vicino postribolo.
Come previsto l’esplosione arriva quando, al termine di “Nefertiti”, una manciata di note che suona e dissona in perle sparse, entra nelle bocche semiaperte e sognanti del pubblico confondendo i vieti e usuali limiti della carne e modulando i consueti confini delle terminazioni nervose. E il volume sale e sale ancora e si rafforza e infierisce e gli strumenti si uniscono sempre più e fremono e si accendono e si penetrano in un gang bang sonoro e indistinto confluendo, infine, nella sola voce di una nuova sintesi. Così il volume discende fino alla soglia minima da cui aveva iniziato la sua ascesa e si assottiglia e ammoscia facendosi nitido e lattescente fino all’apnea di tutto.
E così il concerto finisce.
La serata no.
postato da: supertelegatton alle ore 10:47 | Permalink | commenti (7)
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